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LA SPIRALE DELL’ODIO

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RENZO GUOLO
INQUIETA l’attacco terroristico di Finsbury Park, come gli altri di matrice islamista radicale che lo hanno preceduto in questa cupa primavera britannica. Perché evoca lo spettro di un paese che finisce nella tagliola di contrapposti estremismi. Con strade, non solo pericolose ma politicamente esplosive, che diventano il campo di battaglia diffuso di jihadisti e autoctoni decisi a colpire i musulmani. Una spirale di azioni e reazioni che può diventare incontrollabile.
Ne sono consapevoli le autorità britanniche. Per questo il gesto di Darren Osborne, il driver solitario di Seven Sister Road, viene condannato unanimemente. Del resto, questo è lo scenario preferito dagli jihadisti: comunità islamiche sotto attacco in paesi dominati dai “lupi del kufr”, la miscredenza. Un clima che consentirebbe ai radicali di ampliare il reclutamento, mettendo a disposizione del desiderio di vendetta la loro ideologia totalizzante. Un quadro destinato a mettere fine agli sforzi per rendere possibile la convivenza di grande parte delle classi dirigenti del paese, leader musulmani non estremisti compresi. Il tutto in uno scenario in cui la distinzione tra globale e locale è sempre più esile e tensioni un tempo impensabili, e oggi ancora impensate, irrompono nelle società occidentali.
Finsbury Park è uno dei luoghi simbolo di quello che è stato il “Londonistan”, un tempo spazio brado per i predicatori d’odio. La moschea locale era il palcoscenico dell’“afghano” Abu Hamzaal–Masri e di altri simpatizzanti qaedisti. Ma dopo la stretta seguita agli attentati del 2005 i radicali che guidavano le associazioni di quartiere e controllavano i luoghi di culto sono stati messi fuori gioco. In quella stessa moschea è stata tenuta, dieci anni dopo, una veglia funebre per le vittime dell’attacco a Charlie Hebdo non certo gradita agli jihadisti.
Ma Fisbury Park continua a nutrire l’immaginario collettivo ostile dei cantori autoctoni dello scontro di civiltà. Ai loro occhi non esiste distinzione tra radicali e non. Sempre di musulmani si tratta. E, in quanto tali, di nemici. Eppure le nuove leadership locali, anche quelle neotradizionaliste oggi egemoni, sono ostili al radicalismo. Sia pure non sempre senza contraddizioni, autorità di governo e autorità religiose collaborano per mantenere l’ambiente bonificato. Mohammed Kozbar, l’imam della moschea che ha protetto dal linciaggio l’attentatore catturato, aveva condannato aspramente gli attacchi di Manchester, Westminster e London Bridge.
In una fase in cui serve mantenere calmi gli animi, e decrittare lucidamente quanto accade, emerge nel panorama britannico la figura di Sadiq Khan. Il sindaco di Londra è la prima autorità politica a parlare di terrorismo e si mostra, ancora una volta, capace di empatia con i propri concittadini, evocando i valori che li tengono insieme. Anche per simili prese di posizione Khan gode del rispetto non solo dei cittadini di fede islamica, ma anche di quelli, molto più numerosi, di diverso orientamento culturale e religioso. Nelle settimane scorse il Mayor ha duramente condannato gli attacchi jihadisti, ora lo fa con quelli di segno contrapposto. Non lo ostacola, in questo tentativo di far sentire a tutti la vicinanza delle istituzioni, la sua identità religiosa. Khan è un musulmano che convive con un’identità politica di matrice laburista e una culturale di stampo europeo. Simbolo, più che mai, di quella odiata multiculturalità che i radicalizzati di ogni campo vorrebbero distruggere a colpi di lame e ruote.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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