Quantcast
Channel: Articoli interessanti
Viewing all articles
Browse latest Browse all 4966

Per un pugno di giustizia

$
0
0
CULTURA
IL RACCONTO

Un giorno un uomo fece del male al mio cane, allora mio padre... L’infanzia americana di Lansdale
di Joe R. Lansdale
Le cose sono cambiate. Il mondo è progredito. Un cazzotto in bocca non è più ciò che era un tempo. Un tempo, era più probabile che i tuoi problemi te li risolvessi da solo o te li facessi risolvere da qualcuno alquanto incazzato. Saltava qualche dente e, magari, ci si rompeva qualche osso, ma, per lo più, si rimediava un semplice occhio nero o un naso insanguinato.
Oggigiorno, persino difendersi rischia di essere complicato. A me pare che una razione di botte in nome della giustizia si sia trasformata in tre colpi d’arma automatica sparati a bruciapelo e in tre frazioni di bowling con la tua testa morta. Di questi tempi, ci sono troppi pazzi con la pistola che, in molti casi, pensano che siano gli altri a essere pazzi. Una società armata è una società garbata solo se le persone armate sono garbate. Altrimenti, serve solo a innervosire il prossimo. Eppure, non è che io rimpianga il passato. Ma ci sono aspetti del passato che mi mancano. Ci sono momenti in cui mi piace l’idea che ognuno possa sistemare i propri pasticci: senza sparatorie. Talvolta, il prossimo se lo merita.
Quand’ero bambino, nel Texas Orientale, vivevamo in una casa su una collina da cui si godeva di una vista su quella che noi chiamavamo una bettola della birra, un honky- tonk. Mia madre e io di sera stavamo a casa mentre mio padre era in viaggio, al lavoro sul camion. Faceva il meccanico per una compagnia di trasporti. Eravamo così poveri che papà diceva che, se fare la cacca fosse costato un quarto di dollaro, saremmo stati costretti a vomitare.
Papà pensò che avessi bisogno di un amico. Sotto di noi, all’honky- tonk, una cagna ebbe dei cuccioli. Papà me ne andò a prendere uno. Era una pallina di pelo di dinamite. Papà lo chiamò Honky-Tonk. Io lo chiamai Blackie. A quel cane volevo così bene che anche solo scriverne a distanza di tutti questi anni mi commuove. Eravamo come fratelli. Bevevamo dalla stessa ciotola, quando mamma non ci beccava, e lui dormiva nel mio letto e così ci spartivamo le pulci. Avevamo un posto grande in cui giocare, un piccolo torrente dietro casa, e più oltre c’era un piazzale di rottami di automobili, zeppo di cocci di vetro. E poi c’era la casa. Si trovava su un colle che dominava il torrente, più in alto della nostra casa, circondata da scintillanti fiori rossi e gialli in aiuole di terriccio. Era una scena bellissima e, un bel giorno di primavera, quei fiori mi fecero attraversare il torrente e mi attrassero a sé come una sirena attira un marinaio. Blackie venne con me, con la lingua a penzoloni, scodinzolando. La vita era fantastica. Eravamo felici come se avessimo del buonsenso e i soldi di qualcun altro.
Io andai lassù per dare un’occhiata e Blackie, da buon cane che si rispetti, ci andò per rivoltare qualche aiuola. Lo stavo osservando in azione, probabilmente pronto a unirmi a lui, quando la porta si aprì e ne venne fuori un omone che afferrò il mio cucciolo per le zampe posteriori e gli diede una botta in testa con un tubo o un bastone e poi, come se il mio cane non fosse altro che un preservativo usato, lo gettò ne l torrente.
Dopodiché, l’uomo mi guardò. Capii che ora sarebbe toccato a me e mi lanciai giù dalla collina e attraversai il torrente di corsa per dirlo a mia madre. Lei fu costretta a usare il telefono dei vicini, dato che la cosa accadde ben prima che tutti potessero permettersene uno. Fu come se non fosse passato neppure un istante dal momento in cui rientrò in casa dopo aver fatto la telefonata a quando mio padre si presentò a bordo della nostra automobile nera come se fosse stato il Signor Morte.
Smontò con addosso i suoi bisunti abiti da lavoro e mi disse di restare dov’ero e poi si avviò verso la Casa dei Fiori. Io non restai dov’ero. Dovevo vedere cosa stava per accadere. Papà attraversò il torrente e raggiunse la porta sul retro e bussò delicatamente, come una bimbetta delle Coccinelle impegnata a vendere biscotti. La porta si aprì e apparve l’Uomo dei Fiori.
Mio papà lo colpì. Fu un diretto secco e rapido come il volo di un ape. L’Uomo dei Fiori andò giù più veloce di un’anatra sbronza. Privo di sensi. Papà lo agguantò per le caviglie e lo trascinò sulle aiuole fiorite come un decespugliatore poco efficiente, appiattì tutti i fiori e scompigliò persino il terriccio. Se l’Uomo dei Fiori durante quell’operazione si era svegliato, non lo diede a vedere. Sapeva che la cosa migliore da fare sarebbe stata attendere che papà avesse finito. Una volta appiattiti i fiori, papà lanciò l’uomo per le caviglie come se stesse effettuando il lancio del martello e noi lo osservammo volare dentro al torrente poco profondo, con un rumore simile a quello che si ottiene quando si sbatte il bucato bagnato sul cemento.
Papà scese al torrente e trovò Blackie. Era ancora vivo. L’Uomo dei Fiori non si muoveva. Giaceva nell’acqua e, al momento, era parte integrante del torrente tanto quanto il ghiaietto sul fondale. Papà portò Blackie a casa e curò la sua ferita, una bella botta sulla cocuzza, e quel cane sopravvisse fino all’età di 13 anni. Benedetto papà. Negli anni della crescita qualche divergenza con lui ci fu e non sempre vedevamo le cose allo stesso modo. Ma, da quella volta, divenne il mio eroe. Non passa un sol giorno senza che io ricordi cosa fece quel giorno e come riuscì a trasformare qualcosa di cupo e triste in qualcosa di luminoso.
Nessuno ci fece causa. Al tempo, eventi come quello erano considerati un fatto personale. Trascinare un avvocato nella questione non era semplicemente imbarazzante, ma era un gesto da signorine. So che il mio cane fece una cosa sbagliata, se non brutta. Ma io ero un bambino e Blackie era un cucciolo e se mai è stato fatto un minimo di giustizia fai-da-te in stile Texas Orientale, ovvero attraverso un braccio veloce e un pugno pesante, è accaduto quella volta. Non molto tempo dopo, l’Uomo dei Fiori si trasferì, svignandosela come un luna park indebitato. Qualche tempo dopo, ci trasferimmo anche noi. Ma quella è un’altra storia.

Viewing all articles
Browse latest Browse all 4966

Trending Articles