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SIAMO TORNATI A CENT’ANNI FA

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26/1/2019
COMMENTI
La politica estera

Piero Ignazi
Ora che anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha lasciato nel vestiario di Davos i guanti di pelle per indossare guantoni da boxe e picchiare duro contro Unione europea e ( ormai ex) Paesi amici, non ci sono più dubbi sul cambiamento radicale degli orientamenti della politica estera italiana. I modi felpati, i baciamani, il plurilinguismo e anche le parole caute di Conte avevano illuso su una divisione di compiti all’interno del governo tra di lui e i vicepremier. Non è più così. La linea adottata è ormai univoca e con essa l’Italia rimette le lancette dell’orologio della sua politica estera indietro di un secolo. I cardini politici del dopoguerra – atlantismo, europeismo, multilateralismo, cooperazione e buon vicinato con gli altri Paesi – lasciano il passo a posture neo- nazionaliste di stampo crispino, nel migliore dei casi, o ad una aggressività sconsiderata urbi et orbi nel peggiore.
Anche nel corso dei governi Berlusconi non sono mancati gli screzi con gli altri Paesi europei e con Bruxelles, ma poi venivano ricomposti grazie a un paziente lavorio diplomatico, e compensati da un atlantismo a tutta prova e da un atteggiamento filoamericano a volte persino stucchevole ( che lasciava correre l’intima amicizia del Cavaliere con Putin).
Quanto emerge in questi giorni non solo è inedito e in netto contrasto con la nostra storia repubblicana, ma è preoccupante perché ripesca dal passato l’immagine dell’Italietta maltrattata dalle grandi potenze ( la «quinta ruota del carro», come irrideva Bismarck) . Per far risuonare l’orgoglio nazionale non c’è nulla di più efficace che additare nei «falsi amici» i responsabili delle proprie difficoltà: se l’Italia non fosse imbrigliata dai burocrati di Bruxelles, sgambettata dalla Francia e strangolata dall’austerità germanica, allora sì che potrebbe avere il ruolo che le spetta nell’arena internazionale. Questo è l’impianto retorico che il governo sta diffondendo. E non è un messaggio a fini interni, per rosicchiare qualche punto percentuale in più alle prossime elezioni. Rappresenta il nuovo paradigma della politica estera italiana, lontano mille miglia dai padri teorici (Ernesto Rossi e Altiero Spinelli) e politici (Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Gaetano Martino) della costruzione europea e da tutti i responsabili politici successivi. L’inevitabile raffreddamento dei rapporti con i maggiori Paesi europei è stato messo in conto, e anzi viene perseguito scientemente per poter avere le mani libere nel contesto internazionale: vale a dire, poter fare giri di valzer con Mosca, adottare una politica autonoma verso il Mediterraneo o altri Paesi "problematici" come il Venezuela. Con i risultati disastrosi che possiamo già immaginare.
La polemica populista di questi ultimi anni facilita la ricezione di messaggi come quelli lanciati negli ultimi giorni: trovano ascolto in buona parte dell’opinione pubblica perché rispolverano un sentimento di tipo nazionalistico, querulo e rancoroso allo stesso tempo, che continua a circolare sottotraccia. L’idea che l’Italia «meriti più attenzione » e che sia invece bistrattata dai "potenti" riflette un sentimento di inferiorità radicato, che ci portiamo sulle spalle da sempre. Le minoranze virtuose – più che le élite, spesso tutt’altro che virtuose nel nostro Paese – hanno frenato queste pulsioni e sono riuscite ad incanalarle nell’alveo del multilateralismo e dell’europeismo, avendo come stella polare la pace. Questo lungo lavoro di sradicamento di quegli atteggiamenti arroganti e aggressivi che si sono sempre rivelati autolesionisti sta per essere vanificato. I lodevoli sforzi del ministro degli Esteri, Enzo Moavero, non riescono a fermare la pressione giallo- verde perché sconta la mancanza di referenti politici. E il presidente della Repubblica non può che rimanere sullo sfondo, almeno finché non accade l’ irreparabile. L’Italia sta entrando in un territorio ignoto nel quadro internazionale: lacerando rapporti consolidati rischia di isolarsi o di imbarcarsi con inquietanti compagnie.

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