CULTURA
Cinquant’anni fa arrivarono a San Francisco centomila giovani da tutta l’America per un grande happening musicale. Oggi una mostra celebra quella che divenne la “Summer of Love”
FEDERICO RAMPINI
Non esisteva Internet, tantomeno Facebook, e neppure i telefonini. Fu dunque un passaparola all’antica, ma di straordinaria efficacia, a far convergere 50 anni fa qui a San Francisco centomila giovani da tutta l’America. Molti fuggiti di casa, coi genitori disperati che mandavano le loro foto alla polizia californiana. Ma qui nel quartiere di Haight-Ashbury li proteggeva l’omertà totale della comunità hippy. Si accamparono al Golden Gate Park per ascoltare i loro musicisti preferiti: Grateful Dead e Jefferson Airplane. Nasceva il “San Francisco Sound”, cominciava
l’incredibile evento che fu la Summer of Love, popolarizzata da Scott McKenzie che cantava «Se stai andando a San Francisco/ ricordati di metterti dei fiori nei capelli/ Incontrerai persone gentili laggiù / Per le strade di San Francisco / Per tutta la nazione c’è una vibrazione / Un’intera generazione si mette in movimento / L’estate sarà il tempo dell’amore».
È una città molto diversa, quella che oggi celebra la memoria di un evento che segnò una rottura profonda: musicale e di costume, politica, culturale. Sul piano artistico altri giganti dominavano quel tempo, da Bob Dylan ai Beatles. A San Francisco però allo happening musicale si congiungevano movimenti politici, sperimentazioni sulle arti visive, una filosofia New Age che metteva insieme ambientalismo, liberazione sessuale, spiritualità orientale, insomma una “teoria olistica” che voleva essere un’alternativa integrale alla società degli adulti.
È quello che restituisce l’esposizione del De Young Museum,
The Summer of Love Experience: Art, Fashion, and Rock& Roll
aperta fino al 20 agosto. Il De Young sta nel cuore del Golden Gate Park, cioè dove affluirono i centomila ragazzi mezzo secolo fa. Bellissimo polmone verde che finisce sull’Oceano Pacifico. Col De Young disegnato dagli architetti Herzog e de Meuron, e dirimpetto l’Accademia delle scienze naturali di Renzo Piano, il Golden Gate Park di oggi è un esempio sfavillante del rinnovamento urbano di San Francisco, città che galleggia sulla ricchezza digitale della Silicon Valley: ben lontana da quel borgo bohémien, provocatore e sentimentale degli anni Sessanta.
Lo shock che fu l’“Estate dell’Amore” lo riassume un tg dell’epoca, della Cbs, con immagini del caos giovanile, le note di Dancing in the Street in un concerto all’aperto dei Grateful Dead, e il commentatore che in quel giugno del 1967 dice: «La maggior parte di questi giovani sono borghesi istruiti. Si oppongono ai mali della nostra società materialista. Ma il loro scopo è ritirarsi in un benessere intimo e individuale. Il movimento sta crescendo, e con esso l’uso delle droghe. Il pericolo è che siano sempre più numerosi a seguire il motto turn on, tune in, drop out ». A lanciare quello slogan era stato il guru delle droghe psichedeliche Timothy Leary. A quell’epoca sostanze come l’Lsd erano ancora legali. Le aveva sperimentate la Cia, e una delle cavie del test militare, lo scrittore Ken Kesey, girava per i festival a promuoverne l’uso.
San Francisco offriva le pre-condizioni per diventare la culla della contro-cultura. Era stata città di pirati e avventurieri, tra la Barbary Coast, Jack London, la febbre dell’oro del 1848. Aveva ospitato i poeti maledetti della Beat Generation negli anni Cinquanta. Nel 1964 nel campus di Berkeley era scoppiato il Free Speech Movement, primo sussulto della contestazione giovanile. Nel gennaio del 1967 il “Raduno delle Tribù” volle mettere insieme due anime: gli aspiranti alla rivoluzione politica (Berkeley) e i praticanti di una vita alternativa, cioè gli hippy di Haight-Ashbury. C’era sullo sfondo l’obiezione di coscienza, il rifiuto di molti ragazzi di andare a combattere nel Vietnam. Le contaminazioni etniche avvenivano nella moda: gli abiti mescolavano il retrò dell’Inghilterra vittoriana, l’esotismo orientale, e le fogge degli indiani d’America glorificati ex-post come modelli di vita comunitaria, anti-consumisti, rispettosi dell’ambiente. Tra le forme artistiche fiorivano i poster, manifesti per la pubblicità dei concerti o copertine dei dischi: artisti come Rick Griffin, Victor Moscoso, Wes Wilson, fondono il Liberty con l’India e la Pop Art. Nei video dell’epoca, di Bill Ham e Ben Van Meter, si cerca di riprodurre l’esperienza sensoriale delle allucinazioni da Lsd. Una Free Clinic assicura assistenza medica gratuita per i tanti giovani che dormono all’addiaccio, tra sesso libero e droghe abbondanti. Colpisce, rispetto a quel che accadeva a Carnaby Street (Londra) o con i Beatles e i Rolling Stones, la dimensione della gratuità nella
Summer of Love, l’assenza quasi totale del business. Fa eccezione solo la Levi’s di San Francisco che con i jeans a zampa d’elefante s’impadronisce della creatività diffusa e la trasforma in una moda globale.
La Summer of Love dura poco più dell’estate stessa. Il 6 ottobre 1967 il suo funerale viene celebrato in piazza con tanto di cadavere recitante: «The Death of the Hippie». Mezzo secolo dopo, non posso impedirmi di pensare al cuoco dei Grateful Dead, Charlie Ayers, andato a lavorare nella mensa di Google. La San Francisco di oggi trabocca denaro. Nessun artista bohémien potrebbe permettersi gli affitti attuali. Haight-Ashbury è una vetrina di ricordi traversata da torpedoni di turisti.
L’arte però regge la prova del tempo: le musiche, i poster, i vestiti, rivelano una freschezza sorprendente. La scopiazzano senza saperlo i nipotini dei figli dei fiori.
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Suonarono i Grateful Dead e i Jefferson Airplane. L’evento segnò una rottura profonda non solo di costume ma politica e culturale La città ora trabocca denaro e il quartiere di Haight-Ashbury, allora abitato dagli hippy, è attraversato da torpedoni di turisti
L’EVENTO
A destra, foto di Ruth- Marion Baruch, Hare Krishna Dance in Golden Gate Park, Haight Ashbury’, 1967
LA MOSTRA
In alto, oggetti e opere dalla mostra The summer of Love Experience al Fine Arts Museums of San Francisco