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Cosa significa essere umani nei conflitti del mondo

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CULTURA
Lo scrittore libico Hisham Matar racconta un suo viaggio nell’America di Trump insieme a “Lord Jim”: “Mi ha insegnato l’arte del dubbio”

HISHAM MATAR
Lo scorso novembre, qualche giorno dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, sono volato in Arkansas per un reading alla biblioteca pubblica di Fayetteville. Il tragitto dall’aeroporto all’albergo costeggiava i ranch. Ancora oggi, dopo secoli, gran parte dell’architettura americana, con le sue frettolose certezze, appare provvisoria. Io pensavo allo sventurato marinaio, un personaggio minore che compare brevemente in “Lord Jim”. Perde la pazienza e impreca in un inglese sgrammaticato: «Io faccio me zittadino americano ». Il narratore di Conrad ci dice che il marinaio «sbuffava, smaniava e torceva i piedi come per liberare le caviglie da un invisibile e misterioso laccio». L’immagine di un uomo adulto che lotta per liberarsi, mentre dichiara con enfasi che intende mondarsi dalla storia, mi aveva fatto ridere durante il volo.
Perché avevo portato Lord Jim con me? L’avevo già letto parecchie volte e l’avevo messo in valigia, a Londra, con la sensazione di infilarci un talismano. Ero contento di visitare luoghi degli Stati Uniti dove non ero mai stato, luoghi come l’Arkansas, e di farlo in un momento di profonda divisione politica del paese. Eppure, benché io sia nato negli Stati Uniti, mia moglie sia americana e i miei genitori ci abbiano vissuto nei primi anni del loro matrimonio, nessun paese mi rende più malinconico. In nessun luogo mi sento più estraneo, più fuori posto e fuori tempo. È come se nel momento in cui atterro nel paese, si chiudessero le porte alle mie spalle.
Forse per questo avevo portato con me Lord Jim. Le frasi di Conrad mi fanno sentire meno spaesato, il che è strano dal momento che sono esse stesse minuscole illustrazioni di spaesamento. Spesso si considera eccezionale il fatto che Conrad abbia scritto numerosi capolavori non nella sua lingua madre, il polacco, e neppure nella sua più accessibile seconda lingua, il francese, bensì nella sua terza, l’inglese, riuscendo perdipiù a creare una prosa che è al contempo interamente sua e tra le più belle che siano mai state scritte in tale lingua. Ma ciò che più mi affascina è il modo in cui – intenzionalmente o meno, per un’abitudine acquisita negli anni passati in mare o, dopo che si stabilì a Bishopsbourne nel Kent e fece dell’Inghilterra la sua patria, per una caparbia reazione al carattere nazionale che può far sembrare impermeabile l’inglese – nelle sue narrazioni riuscì a mantenere e sviluppare quella che si potrebbe chiamare arte del dubbio, della sospensione del giudizio. Leggere Conrad ci avvicina quanto più è possibile a vedere come sarebbe potuta andare se la storia umana fosse diversa e noi appartenessimo meno alle nazioni e più alla natura.
Ho lasciato i bagagli in albergo e sono andato alla biblioteca. Dovevo leggere passi del mio nuovo libro, Il ritorno, in cui descrivo il mio ritorno in Libia dopo trentatré anni di esilio. Avevo, come al solito, riflettuto troppo su quali pagine leggere e, anche questo come al solito, continuavo a dubitare della mia scelta perfino mentre raggiungevo il podio. Nel pubblico c’erano persone di varie età. Parecchie facce arabe. Arabi in Arkansas. Perché stupirsi? Dopo tutto, questo è un posto nuovo, un posto dove la gente approda da anni, per eludere o cercare un qualche sé inventato.
Dopo il reading ho risposto alle domande, fino a quando il moderatore ha annunciato che c’era tempo solo per l’ultima. Una donna, che era rimasta per tutto il tempo in piedi in fondo alla grande sala, ha chiesto la parola. «Sono siriana», ha detto. «Non so come chiederglielo, ma... ecco, ho letto il suo libro e quello che non capisco è come lei riesca a scrivere in tempi come questi. Con tutte le cose orribili che succedono, in Libia, in Siria, in tutta la nostra regione... vedendo le immagini, sentendo le storie, insomma tutto», ha detto. Poi ha aggiunto: «Io non sono più riuscita a pensare ad altro, meno che mai a scrivere. Credo di aver perso la fede. C’è qualcosa che può dirmi?». Non so perché, forse per esprimere il mio apprezzamento verso di lei, o forse per rendermi più vulnerabile alla sua domanda, o forse il contrario, sta di fatto che mi sono meccanicamente spostato da dietro il podio e ho raggiunto l’orlo della pedana, per andarle più vicino. Mi domandavo se fosse la poetessa di cui mi aveva parlato un amico.
«La sua intuizione...», ho detto. Volevo essere il più rigoroso e paziente possibile. «La sua intuizione che politica e letteratura siano connesse, è giusta, credo, ma eviterei di vederla come una connessione diretta, lineare o perfino ovvia. In altre parole, gli scrittori devono evitare il rischio di aderire alla logica del discorso scontato. Il danno peggiore che ci può infliggere il despota è ridurci al suo ventaglio di scelte, dirci non solo come dobbiamo vivere ma anche come dobbiamo esercitare la nostra immaginazione».
Dopo l’incontro la donna siriana mi si è avvicinata e, fin troppo gentilmente, ha detto: «Grazie. Mi è stato d’ispirazione».
Ho fatto il nome del mio amico e lei ha sorriso.
«Sì, mi ha detto che sarebbe venuto».
Non credo che la gente si renda conto di quanto sono difficili le cose oggi per gli arabi. E sono difficoltà di lunga data. Non credo, per esempio, che la gente capisca davvero come sia stato orribile crescere guardando la Palestina divorata giorno per giorno. Credo che neppure noi arabi comprendiamo appieno gli effetti psicologici che ciò ha avuto su di noi come popolo, la disperazione e la rabbia. E non credo che ci rendiamo conto di quanto quella lunga e protratta corrosione abbia alterato la nostra politica. Il mio non è un tentativo riduttivo di attribuire tutta la complessità e i disastri del
Medio Oriente alla questione palestinese, bensì di mostrare quanto profondamente influisca sul presente. E non credo sia facile comprendere appieno l’effetto che ha sulle nostre società vedere il proprio popolo che massacra e da noi stessi viene massacrato. La guerra civile è un trauma nazionale, ma è anche, e forse in modo più intenso e duraturo, una tragedia personale. Tinge ogni ora. Ti riempie di infinito sconcerto. In una guerra civile, non sai da che parte guardare.
Non ho detto alla poetessa siriana che vive in Arkansas quante volte durante la rivoluzione libica avevo pensato di deporre la penna e imbracciare un fucile. Non le ho detto che la scrittura funziona solo se si smette di usarla come un’arma. Che ogni volta che ho tentato di piegarla a un altro scopo mi è parso di tradirla. Vorrei averglielo detto. Vorrei averle detto che la scrittura è intransigente riguardo alla propria libertà, e che è sempre, per sua natura, contro la semplificazione eccessiva e contro la tirannia; che predilige la complessità, ed è interessata agli uomini e alle donne capaci di scostarsi da sé, interessata alla possibilità di essere l’altro, interessata alla conradiana condizione di essere – innanzitutto e soprattutto – umani.
© Hisham Matar 2017 Traduzione di Anna Nadotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non credo che la gente si renda conto di quanto oggi siano difficili le cose per gli arabi. E sono difficoltà di lunga data La guerra civile è un trauma nazionale, ma è anche una tragedia personale. Tinge ogni ora. E ti riempie di sconcerto
FESTIVAL DI MASSENZIO
Domani a Roma alle 21 alla Basilica di Massenzio lo scrittore libico Hisham Matar inaugurerà il festival con il testo inedito “ Essere umani” che qui in parte pubblichiamo

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